C’è una frase di Massimo D’Alema, in un’intervista a Dario Di Vico del Corriere della Sera uscita a fine ottobre, che spiega involontariamente, ma proprio per questo in modo chiaro, perché le primarie del Pd si sono trasformate in una sfida all’O.K. Corral che difficilmente potrà concludersi con serenità il giorno del voto (25 novembre). L’acredine tra i principali leader del centrosinistra non nasce da un tentativo berlusconiano di conquista del Pd, come hanno provato grottescamente a far credere alcuni dirigenti del partito che in realtà si sentono minacciati dalla rivoluzione annunciata da Matteo Renzi. Ma non è nemmeno, come si dice volgarmente dall’altra parte, una reazione dettata dalla ferocia di una classe dirigente che lotta per sopravvivere al programma di rottamazione lanciato dal sindaco di Firenze.
La spiegazione è molto più consistente. Più seria. È politica, ideologica, culturale. La spiegazione si trova nella frase rivelatoria di D’Alema, cui va dato atto di non aver sviato: «Difendo una storia e una tradizione che Renzi vuole rottamare». D’Alema non è andato oltre, e oltre non poteva andare, perché questa storia e questa tradizione che si sente in dovere di difendere dalla minaccia renziana è quella del Partito comunista italiano di cui è stato dirigente e deputato e, a sua volta, riluttante rottamatore.
Il Partito comunista italiano. Nel 2012, quasi 2013, c’è ancora chi motiva le proprie scelte politiche in difesa della storia e della tradizione del Partito comunista. Venticinque anni dopo la caduta del Muro e altrettanti dopo l’archiviazione nella spazzatura della storia di un’ideologia imperiale e totalitaria che per decenni ha tenuto i popoli di mezza Europa e di mezzo mondo in carceri a cielo aperto (e in alcuni casi ancora li detiene). D’Alema ovviamente intendeva la storia del movimento operaio e la difesa dei diritti dei lavoratori, di cui il Pci è stato protagonista, assieme ad altri. Ma il Pci è anche, se non soprattutto, partecipe di quell’altra tradizione e di quell’altra storia, anche se attenuata da qualche tiepida presa di distanza, fortemente esagerata in interviste definite «storiche» ma senza conseguenze reali e rivendicate in particolare quando il fratello maggiore sovietico è crollato sotto il peso del fallimento. Questo D’Alema non lo dice, così come non lo dicono i suoi compagni di allora, anche i più riformatori, perché da noi non si usa, al contrario di quanto ha fatto la sinistra tedesca, francese e inglese.
Da noi non si riconosce di aver parteggiato per gli avversari del mondo libero, di essersi schierati, come dicono i democratici americani, dalla parte sbagliata della storia. Da noi non si è abbandonato formalmente il marxismo, come ha fatto la sinistra tedesca a Bad Godesberg già nel 1959, per poi magari ricominciare sgravati da un peso. Liberissimi di non farlo, ovvio, ma non si può pretendere di avere ragione adesso che non si è più marxisti e anche allora quando lo si era. Non si può rivendicare una coerenza ideologica nell’aver sfilato al fianco del movimento dei Partigiani della pace, cioè dell’Unione Sovietica, e poi di aver bombardato l’ultimo regime comunista europeo degli Anni 90. Non è credibile aver auspicato la dittatura del proletariato e poi, continuando a difendere quella storia e quella tradizione, guidare da Palazzo Chigi una merchant bank che non parla inglese (copyright Guido Rossi). Non si può difendere la storia e la tradizione di chi si è battuto contro le basi Nato che hanno sconfitto il comunismo e poi vantare una familiarità, «bye-bye Condi», con una studiosa antisovietica della destra repubblicana.
La sfida del Pd è questa: sarà un partito democratico come quelli delle più moderne sinistre europee e anglosassoni oppure sarà ancora incoerentemente legato a un’imbarazzante tradizione del passato?
Citazione integrale meritatissima.