Anche se ho avuto solo un gatto (rispetto a sei cani), mi sento di poter confermare che va proprio così.

Più che occasione lieta per riaffermare la riconciliazione nazionale, la ricorrenza del 25 aprile è un pendolo arrugginito dalle polemiche che oscilla tra l’indifferenza delle nuove generazioni (che tutto danno per scontato, libertà inclusa) e l’intolleranza di minoranze in permanente belligeranza contro l’avversario politico. Strano e sfortunato Paese il nostro, che celebra ogni anno l’anniversario della Liberazione per scoprire ogni volta di essere ancora imprigionato in vecchi schemi, diviso da antichi rancori. Nel giorno che ricorda la vittoria della democrazia sulla barbarie della dittatura, stride così il tristissimo ossimoro di quanti interpretano questa festa civile come occasione per liberarsi con le spicce della presenza in piazza di rappresentanti delle istituzioni di centrodestra. […]

«Non vedo motivo per cui chi ha fatto certi tipi di scelte debba venire alla celebrazione della liberazione dell’Italia dalla dittatura fascista e nazista» ha spiegato giorni or sono [il presidente dell’Anpi, Francesco Polcaro], impalcandosi a distributore ufficiale dei passaporti per la piazza. Anche stavolta saremo quindi costretti alla lettura di un circostanziato bollettino di giornata con le prodezze di quanti usano il 25 aprile per giustificare la propria esistenza, nutrendosi di un nemico al quale poter urlare epiteti che poco hanno da invidiare al tradizionale linguaggio fascista? Probabile, con buona pace del presidente Giorgio Napolitano e dei suoi accorati, ripetuti appelli alla concordia nazionale. […]

Vittorio Pezzuto » La Notizia » Quei fascisti dell’antifascismo

[…] Gli incompetenti, secondo Dunning e Kruger, non giudicano la propria abilità in base all’effettivo confronto dei risultati a lungo termine con quelli del resto delle persone. Al contrario, partono con una idea preconcetta sul proprio grado di preparazione (“sono bravissimo”) e tendono a cercare conferme – in realtà inesistenti – nei risultati. (Questo può spiegare, per inciso, come mai le donne – che vengono spesso educate al pregiudizio che la scienza è una cosa da maschi – tendono più facilmente ad abbandonare la carriera scientifica, anche quando i loro risultati non sono oggettivamente inferiori a quelli dei colleghi uomini. Soffrono dell’effetto opposto, si autosvalutano.)

Voi capite che l’effetto Dunning-Kruger ha aspetti drammatici. Può portare qualcuno a convincersi, che so, di poter allenare una squadra di calcio di serie A. Che ci vorrà mai. Oppure di aver risolto problemi su cui gli scienziati si dibattono da decenni – via, due paginette di associazioni mentali in libertà da spedire a tutti i fisici del pianeta per informarli di aver trovato la teoria del tutto. Oppure che si può produrre energia economica e pulita in grande quantità, basta volerlo forte forte. Stupidi noi a non averci pensato prima.

Poi magari — ma sarebbe una sciagura, non voglio nemmeno pensarci — pensate se tanti incompetenti si mettessero in contatto tra loro e formassero un gruppo, una rete, e su quella rete potessero trovare supporto a qualunque argomento sballato scaturito dalla propria incompetenza, e quella rete diventasse sempre più grande, e magari tutti questi incompetenti riuniti finissero per convincersi e sostenersi a vicenda, rafforzandosi nella convinzione che chi non la pensa come loro è in malafede, è corrotto, è al soldo di qualche oscuro potere, e che le evidenze contrarie sono fabbricate, manipolate da misteriosi gruppi di interesse. Magari, ma dico così, per assurdo, potrebbero persino arrivare a pensare di essere in grado di governare una nazione.

Uno scenario da incubo. Meno male che — lo dicono sempre Dunning e Kruger — se uno comincia a studiare, se impara qualcosa su un argomento, se prova sul serio a cimentarsi in un’attività, finisce per rivedere le proprie valutazioni iniziali. Diventa più critico verso se stesso, si mette in discussione.

Spero proprio che sia così. Ma non sono abbastanza competente in psicologia per esserne certo.

Amedeo Balbi » La dittatura dell’incompetenza

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Con un’enfasi speciale sulla parte dopo la virgola.

[…] Non si può fare alcun discorso sensato riguardo l’editoria se non si parte dal presupposto che il lavoro editoriale possa essere giudicato in termini oggettivi. Eppure hanno tutti il terrore di affrontare questo punto.

Quando una casa editrice chiude si sente sempre un coro disperato perché scrittori geniali avranno un canale in meno per diffondere la propria Arte e perché serissimi e professionalissimi redattori sono ora disoccupati. Solidarietà umana per entrambe le categorie, ma spesso gli autori scrivevano da cani e i redattori non sapevano fare il loro mestiere.
E tanto per non essere da meno della Di Domenico, facciamo un nome: Asengard. Quando questa piccola casa editrice ha chiuso, c’è stato un pianto greco come se fosse morto il Papa. In realtà Asengard pubblicava immondizia su immondizia – lo so, li ho letti i romanzi, anche se sul blog ho recensito solo Sanctuary – e se c’era qualcuno a fare l’editing non se ne è mai accorto nessuno.
Asengard ha riaperto, ma a quanto pare non pubblica più autori italiani. Ottima scelta: passare da Uberto Ceretoli – che aveva pubblicato per Asengard i primi due ributtanti romanzi della sua trilogia fantasy e che per la conclusione della saga ha dovuto rivolgersi a Youcanprint.it – a Ekaterina Sedia – di cui la nuova Asengard ha pubblicato il romanzo The Alchemy of Stone – merita un applauso; applauso basato su un dato concreto, la qualità oggettiva delle opere.

Io so che Francesca Mazzantini e Roberta Marasco – le editor di Licia Troisi – dovrebbero cambiare mestiere. E lo so basandomi sulla pagina stampata. Non me ne frega niente se sono figlie di o quanti anni hanno o con che contratto sono state assunte.
Tra l’altro non è per niente vero che la raccomandazione in sé sia negativa. Basta pensare al passaparola tra i lettori: viene considerato unanimemente uno strumento giusto e democratico per far emergere i libri più interessanti; il passaparola non è altro che una serie di raccomandazioni.
Il problema è quando la raccomandazione non si basa sul merito – ho letto un libro interessante/ho conosciuto una persona competente e segnalo a chi di dovere –, ma sull’amicizia o sulla parentela. Tuttavia una cosa non esclude l’altra: capita che il figlio di uno scrittore sia anche un bravo scrittore, e non è strano che una persona che viva per anni a contatto con qualcuno già competente in materia impari meglio e più in fretta. Dunque l’unica soluzione è trovare criteri oggettivi per valutare i meriti. Non c’è altra strada.
Ma so che parlo al vento, il credere che i gusti sono gusti fa troppo comodo a tutti: dal redattore precario all’editor Mondadori, dall’autore autopubblicato alla scrittrice quindicenne che esordisce con una grande casa editrice, dal giornalista al blogger qualunque.

Detto questo, nel caso specifico, ha poca importanza il perché Lord Mondador assuma tizio o caio, quello che dovrebbe avere importanza è la qualità dei romanzi che vengono proposti in libreria a 20 euro l’uno.
Le polemiche dovrebbero essere: “Perché la Mondadori ha appena pubblicato l’ennesimo libro di merda?” oppure: “Perché al tal Premio Letterario ha vinto un romanzo che fa schifo?”. Ma non succede niente di tutto ciò. Né credo succederà mai.

[Gamberi Fantasy]

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C’è una frase di Massimo D’Alema, in un’intervista a Dario Di Vico del Corriere della Sera uscita a fine ottobre, che spiega involontariamente, ma proprio per questo in modo chiaro, perché le primarie del Pd si sono trasformate in una sfida all’O.K. Corral che difficilmente potrà concludersi con serenità il giorno del voto (25 novembre). L’acredine tra i principali leader del centrosinistra non nasce da un tentativo berlusconiano di conquista del Pd, come hanno provato grottescamente a far credere alcuni dirigenti del partito che in realtà si sentono minacciati dalla rivoluzione annunciata da Matteo Renzi. Ma non è nemmeno, come si dice volgarmente dall’altra parte, una reazione dettata dalla ferocia di una classe dirigente che lotta per sopravvivere al programma di rottamazione lanciato dal sindaco di Firenze.

La spiegazione è molto più consistente. Più seria. È politica, ideologica, culturale. La spiegazione si trova nella frase rivelatoria di D’Alema, cui va dato atto di non aver sviato: «Difendo una storia e una tradizione che Renzi vuole rottamare». D’Alema non è andato oltre, e oltre non poteva andare, perché questa storia e questa tradizione che si sente in dovere di difendere dalla minaccia renziana è quella del Partito comunista italiano di cui è stato dirigente e deputato e, a sua volta, riluttante rottamatore.

Il Partito comunista italiano. Nel 2012, quasi 2013, c’è ancora chi motiva le proprie scelte politiche in difesa della storia e della tradizione del Partito comunista. Venticinque anni dopo la caduta del Muro e altrettanti dopo l’archiviazione nella spazzatura della storia di un’ideologia imperiale e totalitaria che per decenni ha tenuto i popoli di mezza Europa e di mezzo mondo in carceri a cielo aperto (e in alcuni casi ancora li detiene). D’Alema ovviamente intendeva la storia del movimento operaio e la difesa dei diritti dei lavoratori, di cui il Pci è stato protagonista, assieme ad altri. Ma il Pci è anche, se non soprattutto, partecipe di quell’altra tradizione e di quell’altra storia, anche se attenuata da qualche tiepida presa di distanza, fortemente esagerata in interviste definite «storiche» ma senza conseguenze reali e rivendicate in particolare quando il fratello maggiore sovietico è crollato sotto il peso del fallimento. Questo D’Alema non lo dice, così come non lo dicono i suoi compagni di allora, anche i più riformatori, perché da noi non si usa, al contrario di quanto ha fatto la sinistra tedesca, francese e inglese.

Da noi non si riconosce di aver parteggiato per gli avversari del mondo libero, di essersi schierati, come dicono i democratici americani, dalla parte sbagliata della storia. Da noi non si è abbandonato formalmente il marxismo, come ha fatto la sinistra tedesca a Bad Godesberg già nel 1959, per poi magari ricominciare sgravati da un peso. Liberissimi di non farlo, ovvio, ma non si può pretendere di avere ragione adesso che non si è più marxisti e anche allora quando lo si era. Non si può rivendicare una coerenza ideologica nell’aver sfilato al fianco del movimento dei Partigiani della pace, cioè dell’Unione Sovietica, e poi di aver bombardato l’ultimo regime comunista europeo degli Anni 90. Non è credibile aver auspicato la dittatura del proletariato e poi, continuando a difendere quella storia e quella tradizione, guidare da Palazzo Chigi una merchant bank che non parla inglese (copyright Guido Rossi). Non si può difendere la storia e la tradizione di chi si è battuto contro le basi Nato che hanno sconfitto il comunismo e poi vantare una familiarità, «bye-bye Condi», con una studiosa antisovietica della destra repubblicana.

La sfida del Pd è questa: sarà un partito democratico come quelli delle più moderne sinistre europee e anglosassoni oppure sarà ancora incoerentemente legato a un’imbarazzante tradizione del passato?

Camillo » 2012, eppure c’è ancora chi rivendica la storia del Pci

Citazione integrale meritatissima.

[…] While I understand, support and sympathize with the specific plight of giving colored characters more airtime, particularly in TV shows like Girls — I can’t agree that Lena’s work is irrelevant because of the limited racial diversity of the cast. There are white people in Brooklyn who only have white friends. There are black people in Jamaica who only have white friends. I know this because Lena Dunham is a white person who lives in New York, and created a show about her life casting only white people. And, I live in Jamaica and went to school with a few of the latter. That’s Lena’s truth, and her art would be less authentic and less relevant if she compromised that truth to give Shoshanna a black face. Fiction writers are amazing because they take some of their own experiences and they create something entirely individual. Writers like Lena Dunham are amazing because they take the sum of their experiences, truthfully and sometimes wholly, and put it out there in a form that is easily consumed. In both instances, you may find something that you like, and you may find something that you don’t. But what’s usually most important to an artist is creating something honest, something they can stand by and proudly call their own. Then maybe the masses identify with it, and that’s quite nice.

For those who can’t see themselves identifying with characters in stories who don’t have similar faces, I pose to you a few legitimate questions:

1. The Cosby Show supports a predominantly black cast wherein an affluent African-American family living in Brooklyn is headed by two successful parents, a doctor and a lawyer, both of whom find time most days to sit at a dining table and have dinner with their five children. How many white families do you think identify with that? And how many black ones?

2. Friends is supported by an all white cast and centers around a group of rather incestuous friends living in Manhattan. How many black people do you think identify with that? How many white people?

3. Think of some of your favorite books, particularly classics. Did white men write them, about white people? Yes? But I bet you still love little ol’ Alice in Wonderland like it’s nobody’s business, right?

If you were able to look, hopefully not too deeply, within yourself and answer those questions, then I think you would’ve realized that while it is true that there needs to be more colored representations in Hollywood, on both small and big screens, saying that a cast is only as diverse as their racial differences is saying nothing positive about your understanding of art, and how it represents the real world. […]

Thought Catalog » Despite My Skin Color And Third World Nationality, I Still Like Girls

Magari non vincerà, ma Renzi una cosa buona l’ha già fatta: rende evidente che la sinistra non è e non è mai stata liberale né moderata, ha sempre bisogno di qualcuno da odiare, che siano i bigotti, i capitalisti, i borghesi, i fascisti, i padroni, i crumiri, e se non sei mio amico (non vieni certificato come tale dalla nomenklatura del Partito e dagli intellettuali organici e dai cantanti e suonatori mediatici politicamente schierati) allora diventi automaticamente un nemico da annientare. Senza parlare di quelli che fingono di non vedere quel che succede a sinistra perché si credono arruolati nell’esercito politico dei buoni e considerano importante il voto dell’estrema sinistra per andare al governo, al punto da coccolare estremisti imbecilli o psicopatici che vedono fantasmi aggirarsi per l’europa. Stiamo parlando di gente che sogna l’Italia di Castro e Chavez, senza un programma da decenni, che gli chiedi se è giusto che ogni anno 70 miliardi di euro vengono presi da nord e spesi al sud cambiano argomento e ti parlano delle nozze gay, gli chiedi se è giusto che l’europa del nord paghi il sottosviluppo economico e civile e morale dell’europa del sud e ti guardano come se bestemmi in chiesa. Se dobbiamo mandare tutto a ramengo tanto vale piazzare Grillo a Montecitorio, anche se Vendola fa ridere molto [pure] lui.

Il commento n° 9 a Francesco Costa » Il pappappero che incombe (anche l’articolo stesso sarebbe da citare tutto). Io lo dico da almeno vent’anni.

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