Era già successo settimana scorsa con Gino Strada e Oliviero Toscani. Epiteti e battute grevi sulla Lega Nord e sul solito Renato Brunetta. Ieri è arrivato il bis nientepopodimenoche di Dario Fo. Il Nobel italiano è tornato sulle orme dell’esponente del Pdl ironizzando, senza troppa fantasia, sulla piccola statura del politico veneziano. Siamo sicuri che l’artista Fo avrebbe bocciato in un qualsiasi casting per un suo spettacolo, lo pseudo comico che, per farsi scritturare, si fosse lanciato in una battuta così greve e scontata. Invece il Fo che si atteggia a intellettuale di sinistra, sembra quasi crogiolarsi e inorgoglirsi nell’infilzare così stupidamente le fattezze fisiche dello scorbutico Brunetta. Il tutto nel silenzio sordo dei soliti giornali e dei soliti intellettuali così solitamente reattivi nel bacchettare, giustamente, le tante sgradevolezze propinate da sponda centrodestra.  Su tutti la battuta di Berlusconi, varie volte ricordata, su Rosi Bindi “più bella che intelligente”. Con Brunetta, Fo si è messo sullo stesso livello. Solo che l’indignazione dei soliti noti, questa volta non è scattata. Strano…

Linkiesta.it » Caro Fo, un premio Nobel non si misura in centimetri

[…] La situazione è spinosa. Credo non ci siano le prove provate per affermare con certezza che il PD ha attivato un gruppo di “attivisti digitali” il cui focus purtroppo non è stato fare campagna elettorale o promuovere le idee del partito, ma aggredire sistematicamente e in modo organizzato e di gruppo il dissenso online su Twitter.

Ci sono però tutti gli elementi per sospettarlo. Ognuno si faccia la sua opinione.

[…]

Di certo c’è il fatto che il gruppo dei Trecento ha rivendicato, attraverso il suo coordinatore, un’azione di massa e organizzata di attacco a un blog che esprimeva dissenso verso la linea Bersani.
Per me, elettore PD, è una cosa gravissima (come metodo: gli esiti sono da ridere). E trovo ancora più grave che sia riconducibile al partito.
Mi chiedo se la dirigenza PD ne è al corrente e cosa ne pensa.
Come avreste reagito se una cosa simile fosse stata fatta dai berlusconiani o dai grillini più ultras? Pensateci.

E’ anche inoppugnabile che al suo interno ci sono protagonisti degli attacchi sistematici su Twitter a chi non sposava la linea Bersani. Un caso? O no?

Ciò che è evidente, però, è un dato politico: finite le Primarie, le forze a supporto di una parte del PD (quella bersaniana) sono state cooptate per gestire la comunicazione del partito per intero.
Si sono, cioè, presi i miliziani di una parte (gente che non va esattamente per il sottile e a cui è toccato il lavoro sporco) e li si è messi a comunicare con tutti e per conto del partito. Hanno fatto danni enormi per inesperienza, insipienza, inconsistenza dei responsabili, limiti personali dei protagonisti.
Chi li ha messi in quel ruolo ha fatto un errore evidente. (Già, chi?)

Questo ha fatto sì che la comunicazione sui social network fosse un fallimento da ogni punto di vista, con elettori dubbiosi mandati via, derisi, aggrediti, offesi. Ieri erano in tanti a lamentarsi di questo. Un ottimo modo per perdere voti. […]

Suzukimaruti » Antifascismo riflessivo: riflessione sul bruto che c’è in noi

Che poi mi fa ridere - e uso “ridere” in senso ironico, ovviamente - il fatto che a sinistra qualsiasi prevaricazione interna sia alla fine sempre “fascista”, “squadrista”, come se da quella parte stalinismo ed estremismi letali vari non fossero mai esistiti e si dovesse sempre trovare un paragone esterno.

Quando a Milano c’è uno spettacolo di Moni Ovadia vado a vederlo. Moni Ovadia è un guitto di gran classe, e se i suoi spettacoli - come spesso accade - sono ben costruiti, il godimento è assicurato. Sono stato a vedere anche l’ultimo spettacolo, di scena al Teatro Grassi di Milano, dal titolo AdessO OdessA. Fossi qui a parlare in veste di critico, direi che AdessO OdessA non è uno degli spettacoli meglio riusciti di Ovadia.
Fosse solo per questo, tuttavia, non avrei mai scritto il presente articolo. La ragione del mio intervento è un’altra. Nello spettacolo, che abbraccia un arco di storia di Odessa tra la fine dell’epoca zarista e la globalizzazione, l’attore bulgaro parla spesso di Stalin, né potrebbe evitarlo. La sorpresa è che Stalin esce piuttosto bene dallo spettacolo, come se l’ebreo Ovadia lo guardasse con simpatia. Apprendiamo che Stalin aveva trattato bene gli ebrei fino a quando non ebbe bisogno di un nemico (sic), che nell’epoca staliniana molte cose andavano benissimo, i teatri sfavillavano e il livello d’istruzione raggiunto era molto più alto del nostro (cosa che non fatico a credere). Stalin è anche il protagonista di una gustosa storiellina nella quale un bimbo ebreo invita il dittatore a casa sua per un tè, e alla fine il dittatore (raggirato dalla di lui mamma) regala a quel bimbo una casa nel centro di Mosca. Non che Ovadia ometta di dire che Stalin fu un dittatore, ma alla fine questo dittatore, responsabile diretto e indiretto di 80 milioni di morti, ci risulta simpatico. Benissimo. Allora però non si capisce perché dire che Mussolini fece cose buone debba destare tutto questo scandalo. Ma visto che Mussolini era una mezza calzetta, anche come criminale, parliamo del solo pari grado di Stalin: Adolf Hitler.

Immaginate uno spettacolo su una città tedesca al tempo di Hitler, poniamo Dresda, al tempo una delle più belle città del mondo. Immaginate che in questo spettacolo, tra una canzone e l’altra, si parli del livello degli studi al tempo di Hitler, con Martin Heidegger o Werner Karl Heisenberg seduti sulle cattedre e intellettuali di genio ma indubbiamente nazisti come Gottfried Benn. Immaginate che un guitto bravo come Moni Ovadia ci spieghi che al tempo di Hitler la cultura fioriva. Tutto questo non sarebbe possibile. Voci di sdegno si leverebbero da ogni dove, e a ragione. Si può dire, certo, che Hitler amava i film americani e che aveva una preferenza per il Cointreau, ma solo in un contesto non equivoco, dove è chiaro per tutti che ad amare quelle cose era «quel mostro» che fu Hitler. Bene, se questo è vero per Hitler, deve essere vero perlomeno anche per Stalin. Non ha importanza quello che pensa Ovadia: ci racconti pure aneddoti divertenti su Stalin, ma deve essere chiaro il contesto in cui queste cose vengono dette - quello non lo possiamo scegliere noi. Certo, si potrebbe anche proporre una moratoria, dichiararci liberi dai fantasmi del passato e ricominciare a parlare di questi mostri così, liberamente, come si potrebbe parlare di Giulio Cesare o di Nabucodonosor. Ma tutti capiscono che sarebbe una moratoria da imbecilli, sia perché molte decine di milioni di morti sarebbero ridotti per sempre al silenzio, sia perché noi ci sentiremmo ipocritamente immuni da quella mostruosità. Per questo, senza offesa e senza discutere le opinioni di Ovadia, a tutto questo è bene dire semplicemente di no. No all’orrore, che è sempre lo stesso orrore (l’orrore non ha fantasia). E dunque no al Cointreau di Hitler, no ai treni in orario di Mussolini e no alle bellissime scuole di Stalin.

Luca Doninelli » Che simpaticone Stalin se lo racconta Ovadia

(Hat tip a Gaia)

[…] Pannella è così smisuratamente presuntuoso da considerare il campo politico nel suo complesso (dai nazisti a Pol Pot) come una subordinata della propria esistenza. […]

Michele Serra scopre l’acqua calda, ma ovviamente solo ora che c’è di mezzo Storace.

[via Triskel182, via il Post]

[S]appiamo che subito dopo la bomba di Brindisi furono dette le peggio cazzate, e infatti mi divertii a metterle alla berlina – anche sul Post – praticamente subito dopo l’attentato. Ieri anche Il Fatto Quotidiano si è divertito a mettere alla berlina le cazzate eccetera: e – domanda – indovinate chi si sono dimenticati di citare? Proprio Grillo e Ingroia e Caselli, cioè quelli che avevano paventato gli scenari più foschi e inquietanti. E indovinate chi invece hanno citato? Proprio quelli che stanno sulle palle a Grillo e Ingroia e Caselli, oltreché a loro.

Cioè: Grillo aveva detto, con evocazioni genere strage di Stato, che lui la bomba la «sentiva nell’aria» e l’aveva citata altre volte durante la campagna per le amministrative, roba tipo «bomba o non bomba arriveremo a Roma»; Ingroia aveva parlato di analogie con le stragi del ’92-’93 e aveva spiegato che «la mafia non riesce a fare a meno di rapporti con la politica e per mettersi sul mercato dimostra di essere ancora forte». Caselli, nume tutelare di Ingroia, aveva parlato di «rischio di poteri occulti o deviati» e via così, non la facciamo lunga. Ecco: sul Fatto, non una parola su di loro. E non una parola, a guardar bene, neppure su Antonio Di Pietro («qualcuno vuole il caos e in questa situazione politica vede la possibilità di scatenarlo di nuovo») e su Maurizio Landini della Fiom («poteri occulti hanno tentato una strage mentre sono in atto cambiamenti nel Paese») e altri ancora.

E c’è da capirli, quelli del Fatto Quotidiano: al giornale di Padellaro lavora il figlio di Giancarlo Caselli (Stefano) e l’addetto stampa e compagno di vacanze di Ingroia (Travaglio) e l’ex addetto stampa di Di Pietro (sempre Travaglio) e il biografo personale di Beppe Grillo (Andrea Scanzi) e già che ci siamo: ci lavora pure il figlio del magistrato ed ex sindaco di Genova Adriano Sansa (Ferruccio) e ci scrive l’ex magistrato Bruno Tinti: i quali, tutti insieme, magari costituiscono la divisione contro i conflitti d’interesse. Però, ecco: piuttosto che coprirsi di ridicolo allora potevano rinunciare all’articolo, e mica citare – come hanno fatto – solo il capo della Polizia, Antonio Manganelli, e poi naturalmente il procuratore antimafia Piero Grasso (che a Ingroia e Caselli fa venire l’orticaria) e poi Massimo D’Alema e Alfredo Mantovano e ancora un paio di ministri: tutta gente che peraltro non aveva detto granché, a ben vedere. Non c’è certo da prendersela con l’autrice dell’articolo omissivo, Silvia D’Onghia: nessuno, qui, sosterrà che sia andata incontro a censura. Infatti si chiama autocensura. Ci dev’essere un bel clima, da quelle parti.

Filippo Facci » Autocensure

[…] [I]l fascismo, come ideologia, è fascismo e basta. Però poi esistono gli individui, le azioni e i pensieri dei singoli. Di sicuro in tanti, anche da sinistra, hanno pensato che con Casapound si potesse parlare, hanno partecipato a discussioni e a dibattiti. Paola Concia, a Casapound, ha parlato di diritti degli omosessuali (è solo un esempio, tra i tanti). E qualcuno dice che ha trovato più ascolto lì che da alcuni del suo partito.

E qui arrivano altre domande: siamo sicuri che i fascismi nascano solo lì, dove siamo abituati a vederli nascere? C’è più razzismo e fascismo nella Lega o in un movimento come Casapound? Perché nei sondaggi in cui si chiede se sia giusto che i figli di stranieri che nascono in Italia diventino automaticamente italiani, la grande maggioranza degli interpellati risponde “no”? Forse perché anche tanti di sinistra pensano che i figli degli stranieri siano stranieri e basta e gli italiani siamo solo noi? Perché un dirigente locale del PD ha partecipato alla manifestazione contrio [sic] i rom, a Torino, tra ultras juventini e razzisti veri? Quanto fascismo c’è in movimenti che fanno delle manette il loro simbolo e vessillo?

L’onestà intellettuale di Stefano Nazzi, parte seconda, sul Post.

(In precedenza…)

In questo momento è forse impopolare quello che dico ma Casapound è in effetti un’organizzazione diversa dalle altre nel panorama della destra radicale italiana (e loro rifiutano anche di essere collocati all’interno della destra radicale). È un fatto che Gianluca Casseri, lo stragista-suicida di Firenze, fosse un iscritto a Casapound ma è anche vero che mai Casapound ha lanciato campagne contro l’immigrazione. Nelle varie manifestazioni che rimbalzano da anni in Italia contro i campi nomadi, le bandiere di Casapound non si vedono. Per dirla tutta, sono molto più presenti slogan xenofobi in un partito istituzionale e per anni al governo come la Lega che in un’organizzazione come Casapound. Né tantomeno, dai suoi militanti, si ascoltano deliranti proclami sulla supremazia bianca o sulla difesa della razza.

È un movimento in forte crescita Casapound, che ha sottratto spazio ad altre organizzazioni di destra ma che va anche a incalzare la sinistra radicale. Casapound si muove su quel terreno, aprendo centri sociali di destra. Le battaglie sono quelle contro Equitalia e per il diritto alla casa, per la sicurezza sul lavoro, contro la riforma Gelmini. Sulla stessa traccia le battaglie culturali: due anni fa assaltarono goliardicamente la sede dove si svolgeva il casting del Grande Fratello. Non nascondono la loro simpatia per Che Guevara o Pier Paolo Pasolini. Hanno messo anche in piedi progetti di solidarietà, in Italia e all’estero. L’idea, più volte enunciata, è quella di un superamento del conflitto destra-sinistra.

Stefano Nazzi (e se riuscite a dare del fascista pure a lui, be’, allora dovete “aver sbagliato secolo e paese”), Casapound e i fascisti del terzo millennio, sul Post.

Mi era già capitato una volta a Ge­nova in un convegno su Pertini, dove avevo ri­cordato accanto alle luci, le sue ombre e nessu­­no le contestava sul piano storico, no: chiedeva­no semplicemente di togliermi la parola, rumo­reggiavano, qualcuno inveiva. E la volta succes­siva che tornai in quella città i nipoti dei predet­ti compagni assediarono l’università per non farmi presentare un libro. Sono episodi che se fossero accaduti a parti invertite, avremmo mobilitazioni mediatiche e culturali, agitazioni politico-sindacali. Non esiste qualcuno che possa avere idee diverse dalle loro e attingere a fonti storiche da loro ignorate; no, è sempre e solo, per definizione e a priori, un servo losco, un mercenario. Quel che spaventa è il dispositivo mentale che è alla base: se non la pensa come noi, eliminatelo, non fatelo parlare, bruciategli i libri, non fate circolare le sue idee o semplicemente i fatti che racconta. Di questa condanna a morte civile ne sanno qualcosa gli autori non allineati, total­mente cancellati dal carognismo culturale.
Non mi interessa stabilire se sia un residuo o un rigurgito di comunismo, di estremismo gia­cobino, di brigatismo o altro. La definizione riassuntiva è carognismo. Ai tempi di Stalin o delle Br si eliminava fisicamente il nemico, e poi magari lo si faceva sparire anche dalle foto; oggi lo si elimina mediaticamente, politica­mente, giudiziariamente, culturalmente. Mi spaventa che ciò accada e abbia anche un suo consistente pubblico, eccitato dagli agitatori. C’è un carognismo passivo e un carognismo at­tivo. Se il carognismo spaventa, il pilatismo scon­forta. Mi riferisco al silenzio ossequioso e omer­­toso degli altri, quelli di mezzo, appena interrot­to da isolati e defilati vocii di dissenso. Temono di essere accusati di complicità col Male, e allo­ra tacciono.

George Lucas vs. George Lucas of the Day

George Lucas vs. George Lucas of the Day: Before George Lucas was digitizing Yoda, making Darth Vader scream “No!” and otherwise fiddling with the original version of his Star Wars trilogy, George Lucas made a passionate case to Congress that films should be preserved in their original state.

It was 1988, and Lucas was speaking against colorizing old black and white films. The funny part is that the accusations he made about reckless copyright holders messing with art for their own profit are the same charges Star Wars fans now level at Lucas himself.

It’s too bad 1988 Lucas and 2011 Lucas can’t sit down for a little heart-to-heart.

[Following is] the full text of Lucas’ speech […].

 

My name is George Lucas. I am a writer, director, and producer of motion pictures and Chairman of the Board of Lucasfilm Ltd., a multi-faceted entertainment corporation.

I am not here today as a writer-director, or as a producer, or as the chairman of a corporation. I’ve come as a citizen of what I believe to be a great society that is in need of a moral anchor to help define and protect its intellectual and cultural heritage. It is not being protected.

The destruction of our film heritage, which is the focus of concern today, is only the tip of the iceberg. American law does not protect our painters, sculptors, recording artists, authors, or filmmakers from having their lifework distorted, and their reputation ruined. If something is not done now to clearly state the moral rights of artists, current and future technologies will alter, mutilate, and destroy for future generations the subtle human truths and highest human feeling that talented individuals within our society have created.

A copyright is held in trust by its owner until it ultimately reverts to public domain. American works of art belong to the American public; they are part of our cultural history.

People who alter or destroy works of art and our cultural heritage for profit or as an exercise of power are barbarians, and if the laws of the United States continue to condone this behavior, history will surely classify us as a barbaric society. The preservation of our cultural heritage may not seem to be as politically sensitive an issue as “when life begins” or “when it should be appropriately terminated,” but it is important because it goes to the heart of what sets mankind apart. Creative expression is at the core of our humanness. Art is a distinctly human endeavor. We must have respect for it if we are to have any respect for the human race.

These current defacements are just the beginning. Today, engineers with their computers can add color to black-and-white movies, change the soundtrack, speed up the pace, and add or subtract material to the philosophical tastes of the copyright holder. Tomorrow, more advanced technology will be able to replace actors with “fresher faces,” or alter dialogue and change the movement of the actor’s lips to match. It will soon be possible to create a new “original” negative with whatever changes or alterations the copyright holder of the moment desires. The copyright holders, so far, have not been completely diligent in preserving the original negatives of films they control. In order to reconstruct old negatives, many archivists have had to go to Eastern bloc countries where American films have been better preserved.

In the future it will become even easier for old negatives to become lost and be “replaced” by new altered negatives. This would be a great loss to our society. Our cultural history must not be allowed to be rewritten.

There is nothing to stop American films, records, books, and paintings from being sold to a foreign entity or egotistical gangsters and having them change our cultural heritage to suit their personal taste.

I accuse the companies and groups, who say that American law is sufficient, of misleading the Congress and the People for their own economic self-interest.

I accuse the corporations, who oppose the moral rights of the artist, of being dishonest and insensitive to American cultural heritage and of being interested only in their quarterly bottom line, and not in the long-term interest of the Nation.

The public’s interest is ultimately dominant over all other interests. And the proof of that is that even a copyright law only permits the creators and their estate a limited amount of time to enjoy the economic fruits of that work.

There are those who say American law is sufficient. That’s an outrage! It’s not sufficient! If it were sufficient, why would I be here? Why would John Houston have been so studiously ignored when he protested the colorization of “The Maltese Falcon?” Why are films cut up and butchered?

Attention should be paid to this question of our soul, and not simply to accounting procedures. Attention should be paid to the interest of those who are yet unborn, who should be able to see this generation as it saw itself, and the past generation as it saw itself.

I hope you have the courage to lead America in acknowledging the importance of American art to the human race, and accord the proper protection for the creators of that art–as it is accorded them in much of the rest of the world communities.

[slashfilm]

TDW Geeks

other news is designed by manasto jones, powered by tumblr and best viewed with safari.